L’albero della fortuna, di Carmine Abate.

Giugno è il mese migliore per iniziare a leggere L’albero della fortuna, l’ultimo libro di Carmine Abate. In generale l’estate è la stagione che preferisco per dedicarmi alla lettura dei suoi romanzi. Questa volta però l’ho letto a fine marzo, avevo bisogno della Calabria, dei suoi profumi e dei suoi odori, che nessuno meglio di Abate riesce a rendere così vivi nelle sue pagine.

È giugno il momento migliore, perché a giugno inizia la storia raccontata da Carminù, il giovane protagonista del libro. L’albero della fortuna è il fico, che come gli amanti di Carmine Abate sanno, è il suo albero preferito, non manca quasi mai nei suoi romanzi.

Questo romanzo, che fa parte di una raccolta chiamata “Il bosco degli scrittori”, racconta di una lunga estate calda, in cui, insieme ai fichi, matura anche Carminù. All’inizio c’erano i bottafichi, in italiano “fioroni”, che Carmine sogna di gustare nelle prime pagine del romanzo, peccato però che viene preceduto dalle ghiandaie e non c’è verso di batterle sul tempo, neanche appostandosi vicino all’albero fin dalle prime luci dell’alba; poi verranno i fichi nivurelli e i fichi secchi. Insieme a Carminù ci sono i suoi amici, Mario e Vittorio, che aspettano come ogni bambino le avventure spensierate dell’estate. Ci sono le corse nei campi, le partite di pallone in piazza, i bagni alla Cascata del Giglietto. C’è la lasagna della mamma, le polpette, i maltagliati, il peperoncino, c’è la festa di Santa Veneranda, con i primi amori, fatti di sguardi e rossori e la banda del paese. E poi c’è il padre, il padre tanto amato che tenta definitivamente il grande ritorno al paese, Spillace, dalla Germania. Ma soprattutto c’è Nuni Argentì, che con il suo cappello e la sua camminata stentata porta negli occhi una vita intera.

È proprio nuni Argentì a raccontare che il fico che si vede dalla sua finestra, un albero di tutti, è l’albero della fortuna. Carminù deve crederci:  “Se tu ci credi fermamente che il fico è l’albero della fortuna, la fortuna ti assiste davvero. Ma non pensare che ti aiuta a vincere all’Enalotto o al Totocalcio. Ti aiuta a usare meglio la tua forza e la tua spertizza, se ne hai a sufficienza. Ti aiuta a fare progresso nella vita”. Insieme ai suoi racconti, in quella luminosa estate, nuni Argentì accompagna il ragazzino fino alle porte del lungo processo che lo porterà alla maturità.

Io mi sono innamorata di Nuni Argentì, quanti Nuni Argentì ci sono stati nella nostra infanzia, saggi e malinconici? Con il cappello di paglia e la camicia aperta sopra una canottiera bianca, in mezzo ai campi.

Carmine Abate ritorna con questo romanzo ai temi dell’emigrazione, del clientelismo, dello sfruttamento di uomini e territorio. Ma questa volta lo fa attraverso gli gli occhi ingenui e incantati di Carminuzzu e questo rende il romanzo luminoso e delicato. Il linguaggio del romanzo è quello che ogni volta mi affascina, un miscuglio perfetto di italiano, dialetto calabrese e lingua arbëreshë, che rende la lettura scorrevole, come se non ci fosse alcuna differenza fra di loro.

Quello che non manca mai, nei libri di Carmine Abate, è l’immagine prepotente che evoca con le sue parole. È come avere davanti agli occhi il sole caldo che non dà tregua in estate, nelle piazzette di paese quasi sempre senza ombra, i vicoli candidi, le colline verdeggianti e, in fondo a queste, il mare.

Per me leggere un suo romanzo è come avere un amico, a cui tornare quando ho bisogno di casa.

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LA MAESTRA IN ZONA ROSSA

LA MAESTRA IN ZONA ROSSA

Stamattina mi sono preparata per andare a fare la spesa, ho indossato un paio di scarpe che non avevo ancora utilizzato, la giacca leggera e una maglietta che non indossavo dall’inizio dello scorso autunno. Ho fatto finta, per un attimo, di dover andare a scuola e allora mi sono affrettata. Non posso mica arrivare sempre all’ultimo secondo, non va bene arrivare in classe dopo che i primi alunni siano arrivati in classe, non è sicuro. Ma se corro, arrivo mentre la campanella suona e, visto che prendo l’ascensore, arriverò giusto in tempo per aspettare i bambini in classe, come al solito. Oggi poi è una bellissima giornata e potrò sicuramente usare la bici. Poi però ho dovuto infilarmi i guanti e indossare la mascherina e mi sono ricordata che sono una maestra, sì, ma in quarantena.

Tutto è iniziato ormai più di un mese fa, in un periodo in cui ero molto stanca, la prima settimana ero disorientata, ma talmente stanca che mi sono detta che una settimana a casa mi avrebbe fatto bene. Poi però le settimane a casa sono state prolungate e abbiamo dovuto organizzare il da farsi. Il telefono non smetteva di squillare, centinaia di messaggi whatsApp e di mail intasavano il telefonino. Come tutti gli insegnanti di Italia, solo qualche settimana prima degli altri, ci siamo ritrovati a vivere una situazione surreale, degna dei migliori racconti distopici. Nessuno di noi era preparato, nessuno ci aveva formati per affrontare una situazione del genere. Ognuno ha cercato il proprio equilibrio, alcuni si sono trincerati dietro alle proprie convinzioni, alle proprie certezze, alle proprie conoscenze. Ci aspettava la DAD, la didattica a distanza, una espressione che sembra essere un ossimoro. Senza sembra. Le scuole hanno fatto a gara nel cercare di dimostrarsi efficienti. Qualcuno di noi insegnanti è corso ad imparare le tecniche digitali più innovative, qualcun altro ha tirato fuori il suo animo da sindacalista perché “il nostro contratto non prevede la DAD, stiamo facendo del volontariato”, altri hanno mostrato il volto delle proprie insicurezze, delle proprie incertezze. Altri si sono interrogati. In molti abbiamo concordato nel dire che la didattica a distanza non potrà mai sostituire il lavoro nelle classi.

Ma in tutto questo interrogarci che cosa facevano loro? Cosa pensavano? Cosa si aspettavano dal futuro i nostri alunni? Al netto delle ansie, dei timori, dei dubbi, la cosa che a me mancava di più erano proprio loro. Mi mancavano le battute di E., la dolcezza di P., i sorrisi di F., la puntualità di E. e L., la curiosità di L. Mi mancavano, e mi mancano, i loro sorrisi, i loro bronci quando li rimproveravo, la loro malcelata noia, ma anche l’entusiasmo verso tutte le cose nuove che proponevo.

Allora non mi è rimasto altro da fare che vederli, già, vederli in video. Per capire se fossero spaventati, se fossero tristi o felici di questa vacanza inaspettata da scuola. Così sono iniziate le videolezioni. La maestra è entrata nelle loro case e loro nella sua. Non è facile, con la connessione che balla, le voci che si perdono, i soliti confusionari che scrivono sullo schermo invece di ascoltare. Eppure sono sempre tutti lì al mattino, prontissimi, con i libri sul tavolo del salotto, della cameretta, della camera di mamma e papà o in cucina. Non mancano mai e sono felici di vedersi e di mostrarmi i loro progressi e il loro impegno. Una volta abbiamo preso anche il “caffè insieme”, erano allegri ed emozionati.

Niente potrà sostituire l’atmosfera che c’è in classe, il poter capire con lo sguardo se uno di loro si è perso perché non ha seguito il filo del discorso, l’esplosione di gioia incontenibile della corsa nel cortile, dopo pranzo (mentre la maestra prega che nessuno si faccia male!). Ma oggi siamo qua, a fare tutti del nostro meglio perché questo è un lavoro importante e forse molti si sono resi conto solo in questo momento dell’importanza della scuola. Scuola, che bella parola.

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ISOLE MANIA

SALINA

In questi giorni di riposo forzato, abbiamo più tempo di pensare, di ricordare. Credo anche che siano in molti quelli che avrebbero voglia di scappare altrove. Quindi mi sono detta: perché non parlare di uno dei miei luoghi preferiti in assoluto, di una delle mie isole preferite? Forse può essere un’occasione per far viaggiare con la mente chi ha voglia di leggermi, magari di far conoscere un angolo di paradiso a chi non lo conosce ancora.

Con Salina è stato amore a prima vista. La prima volta ci sono andata una decina di anni fa. Non è molto economica, ma trovammo un appartamento non troppo costoso che apparteneva ad una dirigente scolastica napoletana ormai in pensione, che aveva lavorato molti anni a Milano e ormai aveva lasciato tutto per vivere la maggior parte del tempo a Salina. Poi sono tornata nell’estate del 2017 e la camera questa volta aveva una terrazza direttamente sul mare.

Le case tipiche eoliane sono spesso di forma cubica, bianche e circondate da bouganville. Hanno le camere, i servizi e un cucinotto, talvolta la cucina con tavolo, ma spesso sono attrezzate per mangiare in terrazza, con la vista sul mare, come la nostra 🙂

Salina è la seconda per estensione, dopo Lipari, ed è chiamata l’isola verde per la grande quantità di vegetazione presente. Formata da sei vulcani spenti, la forma deriva dai due vulcani più esterni e somiglia un po’ alla gobba di un cammello. Fra tutte le isole è l’unica ad avere dei comuni indipendenti da Lipari, infatti ci sono diversi piccoli borghi come Santa Marina, Malfa e Leni.

Noi abbiamo scelto entrambe le volte di alloggiare in località Rinella, perché lì si trova l’unico lembo di spiaggia sottilissima e nera.

Vorrei riuscire a spiegare la pace che c’è in quel piccolo angolo di mondo. Se si ha la fortuna di trovarsi alla giusta distanza dai pochi locali del posto, la notte si gode del silenzio e di un cielo stellato che definire magico è riduttivo. Gli abitanti del posto o i turisti abituali, scendono a piedi sulla spiaggetta, vicino al porticciolo, e partono per mare con la loro barchetta. Il piccolo centro la prima volta era più vivo, mentre la seconda volta abbiamo trovato un po’ di desolazione e mi auguro che qualcuno voglia prendere in mano qualcuna delle deliziose attività che lo rendevano più vivo. Non ci sono supermercati, ma solo un negozietto gestito da due sorelle che ci raccontano che “noi continentali non possiamo capire come è difficile convivere con il pettegolezzo del luogo”. Come se io fossi nata a New York :)! Ci sono un paio di pizzerie e ristoranti e un locale che ricordo con affetto per il pane cunzato e la musica jazz che diffondeva, il Paperò.

Per spostarsi da una parte all’altra dell’isola bisogna prendere una barca, un autobus che impiega mezz’ora e di solito gli autisti fanno un baffo agli autisti del famoso tram 28 di Lisbona, quando curvano, oppure si affitta un’automobile.

Da lì si parte per Santa Marina, dove c’è il faro, il benzinaio, i negozietti turistici, pizzerie, gelaterie per gustare la mia amata granita alla mandorla con la brioche, ristoranti e persino una libreria molto fornita dove ho trovato l’edizione da colorare di Orgoglio e pregiudizio.

Tornando indietro ci si ferma a Lingua, dove Alfredo la fa da padrone con i gelati e con il suo pane cunzato. Il bagno si fa in un piccolo laghetto di acqua salmastra dove i pesci pizzicano incessantemente 🙂 Il panorama è stupendo, si vedono le altre isole e si passa, tornando in direzione Rinella, lunghissimi filari di Malvasia che è il vero nettare degli Dei, dolce e pastoso com’è. Un’altra specialità dell’isola sono i capperi e i cucunci. Si trovano ormai ovunque, ma comprarli sul posto ha un valore aggiunto e sono davvero squisiti.

Poi c’è Malfa, un delizioso borghetto con una spiaggia di ciottoli lavici.

Riprendendo il percorso, da una strada piena di curve a gomito a sinistra si giunge ad un luogo che per me ha un significato speciale: Pollara, l’isola dove Massimo Troisi e Philippe Noiret hanno girato le famose scene del Postino. La casa non è visitabile, si vede da lontano, la spiaggia ormai è raggiungibile solo via mare, ma si giunge nei luoghi dove il padre di Mario (Troisi) e gli altri pescatori custodivano le barche. L’emozione di vedere quei luoghi è stata enorme.

Anche Moretti ha mostrato una Salina governata dai bambini in Caro Diario.

Spero di avervi trasmesso, almeno in parte la meraviglia di essere circondati dal mare, del cielo stellato, la serenità del sole che si riflette sulla vegetazione, il profumo di salsedine che si mescola con quello dell’uva, la gioia alla vista dei colori delle bouganville, il rumore del mare di notte, il sapore del cibo siciliano, ma con influenze napoletane, la pace e la tranquillità del dolce far niente.

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Se questo è un uomo

Mi commuovo molto spesso. Mi commuovo per una canzone, un racconto, una buona azione.

Ogni anno, in occasione della giornata della memoria, o nei giorni precedenti, se è domenica, non esco di casa. Guardo tutti i film e i documentari che riguardano la Shoah. E piango. Il fatto che io pianga, ovviamente, non è straordinario, è solo segno di pietà. Di quella pietà che ogni essere umano prova davanti alle miserie umane.

Ogni volta tutto mi appare senza senso, senza logica. La banalità del male, disse qualcuno molto più qualificato di me.

Oggi pomeriggio, dopo la visione di Arrivederci ragazzi, ho seguito un interessante documentario su Primo Levi. Era un intellettuale, uno sportivo, uno scienziato innanzitutto, prima di diventare uno scrittore, senza avere, pare, mai desiderato esserlo, prima.

Se questo è un uomo, mi colpì moltissimo, quando lo lessi, soprattutto per la lucidità e la chiarezza espositiva con cui veniva descritta la vita quotidiana ad Auschwitz (questa espressione, mentre la scrivo, mi mette i brividi). Ricordo dei particolari sulle scarpe, il dolore che provava per i piedi costretti al gelo in un paio di scarpe rotte. Mi colpì la meschina umanità dei traffici che i deportati mettevano in atto per poter sopravvivere, anche a danno di altri loro simili.

Sia in questo testo che in Fino a quando la mia stella brillerà, di Liliana Segre e Daniela Palumbo, Primo e Liliana raccontano di quanto per loro fosse necessario pensare alla quotidianità delle loro vite nel lager, non potevano permettersi di ricordare la vita fuori, per non crollare.

Un uomo come Primo Levi, avrebbe dovuto rappresentare una risorsa per l’umanità, invece fu gettato in un convoglio merci, gettato nella disumanità e ha rischiato di finire in una camera a gas. Perché? Per la banalità del male.

No, non ci penso solo durante la commemorazione della giornata di liberazione del campo, il 27 gennaio, ci penso molto spesso. Cerco di parlarne, di non cadere nella brutalità che nasce dall’indifferenza.

Non possiamo essere indifferenti, che uomini e donne vogliamo essere?

Allora chiediamoci sempre se questo è un uomo…

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi

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ISOLE MANIA

Lipari

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13 agosto

Anche se sono qui sulla mia spiaggia, una spiaggia grande e semideserta come piace a me, con un bel mare in cui tuffarmi, mi mancano le isole, sento il richiamo della terra in mezzo al mare, delle sette sorelle, le “mie” Eolie.

Uno dei miei sogni è quello di trascorrere un po’ di tempo su di un’isola. Non credo che sarebbe semplice, la vita degli isolani è dura, spartana, ma potrei godere della meraviglia di essere circondata dall’azzurro del mare e del cielo.

Le Eolie sono sette, sono l’una diversa dall’altra, sorelle simili, ma uniche.

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(foto presa dal web)

Lipari è una signora. Mi fa pensare ad una donna della vecchia borghesia meridionale, una di quelle donne che indossavano grosse collane tese ad illuminare un volto incorniciato da corti capelli vaporosi.

“A Lipari c’è tutto”, dicono gli altri isolani. In effetti nell’isola ci sono le scuole, diversi negozi, dentisti, medici, uffici. C’è il castello, il teatro, dove una volta ho assistito alla rappresentazione di un’opera di Pirandello. Ci sono le spiagge, le calette, l’una diversa dall’altra: Marina Corta, Spiaggia Bianca, Canneto.

D’estate la vita si muove vivacemente, un autobus fa la spola tra la marina e il paese fino a notte, gli scooter dei turisti sfrecciano tra le curve a gomito, le luci dalle discoteche illuminano la notte, dai campeggi colorati si sentono risate e sale l’odore di pesce alla griglia .

Mi chiedo però come deve essere vivere a Lipari d’inverno. Mi chiedo come deve essere lasciare Lipari.

Ricordo quella volta che affacciata dal muretto di Canneto guardavo il mare e pensavo alla nostalgia degli uomini e delle donne che, abituati a svegliarsi con il paradiso davanti agli occhi, furono costretti a lasciarlo e partire per luoghi lontani. Ho pensato ai loro primi risvegli in condomini cittadini, lontani dall’azzurro, mi è sembrato di vedere i loro sguardi smarriti. Ho pensato al dolore sordo che solo chi lascia il rumore delle onde, l’odore della salsedine e il sapore del sale sulla pelle può comprendere. Non deve essere affatto facile abbandonare il paradiso.

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Le case colorate di via Lincoln a Milano. Ovvero il Quartiere Arcobaleno.

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“Primavera non bussa, ma entra sicura” cantava Fabrizio De André. In primavera infatti si ha voglia di aprire porte e finestre ed uscire di casa, per andare a caccia di nuovi angoli di bellezza e respirare l’odore della natura. Anche in città. Cosa fare quindi in una pigra e soleggiata domenica di primavera, se non una passeggiata a caccia di angoli insoliti ed inaspettati?

Non lontano dal centro di Milano, nei pressi di Corso XXII Marzo, si trova un’oasi di pace e colori chiamata da alcuni Quartiere Arcobaleno, da altri Quartiere Giardino. Lungo la via Abramo Lincoln sorge una serie di casette colorate che ricorda quelle di alcune strade londinesi o le variopinte casette dei borghi liguri. Case basse dai colori pastello, l’uno diverso dall’altro: giallo, rosso, lilla, azzurro. Un vero e proprio arcobaleno che appare all’improvviso quando giri l’angolo e ti ritrovi sull’acciottolato della via. Dietro le graziose cancellate compaiono delle vere e proprie villette, corredate da balconcini e giardini privati pieni di alberi di vario genere. Una vera e propria gioia per gli occhi non ancora molto nota. Durante la mia passeggiata ho incontrato un gruppetto di turisti stranieri con la guida e un paio di ragazze intente a cercare la posa migliore per una fotografia.

La storia della via è altrettanto particolare. Risale alla seconda metà dell’ottocento, quando una cooperativa operaia progettò la costruzione di casette ad edilizia popolare, destinate ad alcuni operai che lavoravano nella zona e che così poterono permettersi di affittare o acquistare con le loro famiglie un’abitazione a prezzi accessibili. Oggi, ovviamente, la zona è diventata esclusiva e i prezzi sono lievitati e nient’affatto popolari. C’est la vie!

Si racconta che gli abitanti della via fecero a gara a chi avesse la casa più bella e curata. Ecco spiegato il motivo dei colori vivaci e dei giardini ordinati e ricchi di vegetazione.

Passeggiando tra le stradine strette e silenziose che si snodano dalla via principale fino all’ingresso delle villette, spiando dietro i cancelli, ho cercato di immaginare gruppetti di operai tornare stanchi dalle loro giornate e fermarsi magari nella vicina osteria, mamme indaffarate a stendere i panni fuori come è uso nei paesini del Sud Italia. Ho cercato con la mente di sentire l’odore del ragù uscire fuori dalle finestre aperte e di vedere donne sull’uscio scambiarsi consigli e chiacchiere.

Vale la pena visitare la via e trascorrere un po’ di tempo immersi fra questi pensieri e tra i colori, in un luogo che sembra essere lontano nello spazio e nel tempo.

 

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Il falò di Sant’Antonio, una bella tradizione milanese.

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Dopo tanti anni di vita milanese, c’è sempre qualcosa di questa città che riesce ancora a stupirmi. Quando sono arrivata qui, per cercare un po’ di verde (necessario), mi rifugiavo nei parchi. I primi che ho visitato non potevano competere con quelli delle altre città europee in cui avevo vissuto, poi però pian piano ne ho scoperti altri, più grandi, e meno “cittadini”. Solo da un paio d’anni, però, ho scoperto il lato campagnolo di Milano, l’anima rurale che ancora resiste all’avanzata di palazzi-giardino e della new age metropolitana. L’ho scoperta tra l’orticello del signor Vittorio, accanto ai ruderi di una vecchia, storica, cascina, tra quelli a ridosso della Martesana, tra i parchi selvaggi di periferia.

Resiste, nella città del design e della moda, così come in altre cittadine lombarde, un’antica tradizione contadina che si celebra il 17 gennaio, giorno dedicato a Sant’Antonio Abate, protettore dei contadini, dei macellai e degli animali domestici. In diverse cascine, nascoste tra i parchi o lungo stradine periferiche, la sera del 17, o nei giorni successivi, viene acceso un grande falò in onore del Santo. La ricorrenza trae in realtà origine da antichi riti celtici, durante i quali la campagna veniva illuminata per celebrare la vittoria della luce sul buio e per propiziare i raccolti. Il fuoco dedicato a Sant’Antonio aveva anch’esso lo scopo di propiziare il raccolto e proteggere gli animali.

53385686_10218282566639500_5308460233599746048_n.jpgIl fuoco brucia le sterpaglie e allo stesso tempo purifica. Ci purifica. Ci libera dalle brutture dell’anno appena passato. Nelle sue fiamme buttiamo l’ immondizia che riempie la nostra mente.

Ho partecipato alla celebrazione di quest’antica tradizione quest’anno per la prima volta, nel parco annesso alla meravigliosa Abbazia di Chiaravalle, nella parte meridionale di Milano. Talvolta, quando ho bisogno di un po’ di pace, di distanza dal rumore, dalla frenesia cittadina, mi reco in questo luogo magico. Magico perché possiede un’anima mistica e semplice, dove poter ritrovare la parte più intima di noi stessi. Oltre al falò, avevano organizzato uno spettacolo di ombre proiettate sull’abbazia. La luna era enorme e illuminava i volti accesi dei bambini e quelli dei grandi ritornati bambini. Mentre le fiamme hanno iniziato ad alzarsi, il rito della purificazione è stato accompagnato da una tarantella calabrese, una musica dal ritmo potente e ancestrale, rurale a sua volta. Quelli di noi che non riescono a resistere all’incanto della musica, i bambini, quelli che volevano solo scaldarsi, quelli che si sentivano parte di un rito magico ed ancestrale, hanno iniziato a ballare intorno al fuoco. In una sera fuori dal tempo.

E le fiamme danzavano con noi.

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Magra sei più felice?

 

Come mai moltissime donne impiegano così tanti pensieri, tante energie,  nel cercare di diventare o di rimanere magre? Perché molte di noi pensano che essere filiformi sia l’anticamera della felicità? Sicuramente la moda influisce su questo pensiero tanto da farlo sembrare proprio, anche se in realtà forse non lo è. Sarà colpa dei modelli di donne magre e fascinose che ci inseguono dalle pagine dei giornali o dai cartelloni pubblicitari? Conosco delle giovani donne convinte di essere grasse quando invece il loro peso è del tutto normale, anzi ai miei occhi appaiono fin troppo magre. E conosco anche molte donne intorno ai 40 che si privano di tutto, sono perennemente a dieta, e guardano con sospetto tutte le donne più in carne di loro.

Questo è sicuramente un post molto diverso dagli altri, ma è da tanto che rifletto su questo argomento e chissà, magari quello che scrivo potrà servire a qualcuno che passa di qua.

A me non è mai importato molto dell’aspetto fisico. Mi spiego meglio, non è stato mai per me un pensiero fisso, neanche quando ero una ragazza giovane e rotondetta e i negozi vendevano solo magliette adatte a lolite dalla pancia inesistente e non a ragazze formose come me. In fondo questo non mi ha mai fatto stare male, avevo amici e ragazzi che si interessavano a me e mi piacevano da morire i dolci, mi ingozzavo di merendine. Tentavo di mettermi a dieta, è vero, ma non durava mai troppo a lungo.Il gioco non valeva la candela: preferivo mangiare. Poi ho perso chili, semplicemente, ma la questione non è stata mai al centro dei miei pensieri neanche in questo caso. L’unica cosa che è cambiata sono stati i commenti della gente, passati da “non pensi di dover dimagrire un po’?” a “perché sei dimagrita, hai seguito una dieta?”. 

L’anno scorso ho perso nuovamente molti chili. Non ho fatto alcuna dieta dimagrante, solo che non ero serena, era uno di quei periodi della vita difficili, che capitano a volte. Ho perso chili e qualcuno mi diceva che stavo  benissimo. Effettivamente riuscivo ad indossare vestiti che con la pancia prominente (la panza, per intenderci!) non mi potevo permettere e allora ho iniziato a vestirmi in maniera diversa e a truccarmi di più. Gli uomini per strada mi guardavano con interesse e talvolta ci provavano. A qualcuno questo basta per sentirsi al settimo cielo. Per me è come bere un bicchiere di vino, al terzo non ne posso già più. 

Poi pian piano ho ripreso a dormire la notte, ad essere meno agitata e i chili sono ritornati  quatti quatti sulla mia pancia e sulle mie cosce. Non sono grassa, questo mi è ben chiaro, sono una persona normale, la mia riflessione è diretta infatti a quelle donne che non si amano per come sono, vedendosi peggio di quello che sono in realtà. Non vorrei ferire nessuno, perché ognuno ha la propria sensibilità. Volevo semplicemente raccontare la mia esperienza per dire che no, magro non è sinonimo di felice. La magrezza non è la felicità. Non è neanche sempre vero che una donna magra sia più bella di una che lo è meno, a volte succede, altre volte no, la bellezza può assumere tante forme. Ma poi, veramente è così importante essere considerate belle?

La vanità soddisfatta è qualcosa che ci inebria, inutile negarlo. Ma tutto sommato sappiamo bene che non è la vita. E’ solo che a volte ce ne dimentichiamo. 

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CLETO E IL CLETO FESTIVAL

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Ogni anno, intorno al 20 agosto, Cleto rinasce.

Cos’è Cleto? Cleto è un borgo non lontano dal mio paese di origine, un borgo ormai quasi completamente disabitato, in provincia di Cosenza. Il ricordo che avevo di Cleto risaliva a quando i miei genitori mi portavano con loro a prendere il formaggio fresco, da un pastore nella campagna vicina al paese. Poi basta, nonostante fosse così prossimo, non ho mai sentito la curiosità di andarci, nessuno me ne aveva mai parlato come di un luogo meritevole di una visita, nessuno me ne aveva mai parlato in generale. Ad un certo punto, grazie a Fb ho iniziato a vedere delle immagini, immagini festose, con angoli incantevoli, che mi riportavano indietro nel tempo. Dal 2011 un gruppo di ragazzi originari del luogo ha formato una associazione senza scopo di lucro che dà vita al Cleto Festival, che ogni anno, ad agosto, fa rifiorire il piccolo borgo abbandonato. Il festival dura tre giorni e riunisce varie arti quali musica, teatro, poesia, fotografia e gastronomia locale. Gli artisti che si esibiscono sono sconosciuti oppure più noti, ma tutti contribuiscono a creare una vera magia. Nessuno rimane immune dal fascino incantatore del festival nel borgo. La prima volta che vi partecipai, qualche anno fa, arrivai con tante aspettative, ma non quella di vivere una serata indimenticabile, come invece accadde. Avete presente la storia del pifferaio magico? Ecco io seguivo incantata la musica e la gente che mi trascinava sempre più in cima al borgo. Un borgo di antichissime origini, sovrastato da un castello di epoca normanna, che poggia sul fianco di una verde collina. Arrivati in cima, al castello, lo sguardo spazia verso l’orizzonte, dove oltre la campagna e le luci dei vari agglomerati di case, arriva al mare, e alla luna che vi si specchia; dall’altro lato si sofferma sul buio della notte tipico delle foreste e alle stelle che brillano indisturbate. Al centro di questa meraviglia una gemma: il borgo, sapientemente illuminato e completamente in pietra, non ricordo di aver visto dell’asfalto.

Finora, tutte le volte che ho partecipato al festival, solo tre ahimè, questa magia si è rinnovata e meritava di trovare uno spazio in questa mia stanzetta.

Le foto sono tratte dal web.

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Passeggiando per Pizzo Calabro

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Meno nota di Tropea, conosciuta con l’appellativo di “perla del Tirreno”, mi piace considerare Pizzo come la sua sorellina minore. Non vorrei si offendessero gli abitanti del luogo, anche perché effettivamente Pizzo Calabro per alcuni è ancora  più affascinante di Tropea. In passato era un borgo marinaro, attivo nella pesca del tonno. Mi piace immaginare la laboriosa attività dei pescatori di un secolo fa che, prima di recarsi verso casa per un meritato riposo dopo le fatiche giornaliere, passavano per la piazzetta centrale. Mi sembra di vederli, mentre lanciano un ultimo sguardo verso l’orizzonte azzurro e al castello a picco sul mare. Oggi la piazzetta al centro del paese appare suggestiva, piena di dehors dei numerosi bar dove è possibile assaggiare le varie versioni del celebre tartufo di Pizzo (una vera prelibatezza!) godendo di un meraviglioso tramonto sul mare.

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Sulla pietra tufacea accanto alla piazza sorge il castello aragonese, oggi denominato castello di Murat, in quanto vi fu imprigionato e successivamente fucilato Gioacchino Murat. La piazza è circondata da vicoletti stretti dove è possibile trovare numerosi negozietti, molti di prodotti tipici.

Ai piedi del borgo si trova la marina, con piccole spiaggette situate accanto al molo e diversi ristoranti di pesce. E’ possibile osservare casette basse e di origine popolare insieme ad antichi palazzi nobiliari.

E’ sempre un piacere per me visitare questo piccolo borgo affacciato sul Golfo di Sant’Eufemia, in una così felice posizione. Mi regala sempre momenti di dorata serenità.

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